Raggiungere le cime delle montagne rappresenta da secoli il sogno proibito degli uomini di tutto il mondo. Queste spedizioni in alta quota ci affascinano da sempre perché portano l’uomo a stretto contatto con la natura più selvaggia, ambienti incontaminati e condizioni climatiche avverse, attirandolo verso imprese sempre più difficili.

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Oggi scopriamo il Nanga Parbat che, con i suoi 8.126 metri s.l.m, è la nona cima più alta del mondo ma una delle più pericolose ed insidiose.

Situata in Pakistan, il suo nome significa “montagna nuda” in lingua Urdu ma a causa della sua pericolosità è molto conosciuta con il soprannome di “montagna killer”. I primi tentativi di scalata partirono sul finire dell’1.800 ma solo nel 1953 fu raggiunta la vetta per la prima volta, da una spedizione austro-tedesca.

Nel 1.970 riuscì nell’impresa anche l’alpinista italiano più famoso al mondo: Reinhold Messner. La sua spedizione passò alla storia per aver raggiunto la cima dal versante più difficile, il Rupal, considerato la più alta parete del mondo (circa 4500 m di dislivello dalla base alla cima).  Questa montagna ha consacrato alla storia dell’alpinismo Messner anche quando nel 1978 compì la prima ascensione in solitaria,  in assoluto la prima solitaria in stile alpino ad un ottomila.

Anche se il periodo consigliato per la scalata è quello estivo, a causa delle avverse condizioni climatiche che si abbattono ad alta quota, sono state tentate diverse ascensioni invernali. Una sola ha avuto successo nel 2016: la spedizione era composta anche da un talentuoso alpinista italiano, il bergamasco Simone Moro.

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